"Maria è stata mia madre quando la mamma non ce l'avevo.

Nulla avrebbe potuto calmarmi se non avessi visto quella statua della Madonna che, in quell'ambiente così tanto estraneo per me, mi convinse che potevo fidarmi".

Con queste parole Milena Terracina, l'88enne di credo ebraico sopravvissuta al rastrellamento nazista di Roma il 16 ottobre 1943, alla vigilia della Giornata della memoria, il 27 gennaio, nell'intervista sul numero in edicola di Maria con te, settimanale mariano del Gruppo Editoriale San Paolo, ricorda le emozioni provate di fronte all'immagine dell'Immacolata del convento romano delle Suore di Santa Dorotea al Gianicolo, dove i genitori la nascosero quando aveva 4 anni insieme con la sorella Bettina, di 7, mentre i tedeschi irrompevano nel ghetto ebraico capitolino da cui furono deportate nei campi di concentramento oltre mille persone.

"Non smettevamo di piangere, buttandoci entrambe a terra, come se avessimo le convulsioni. Erano tempi in cui anche i bambini avvertivano il terrore, l'unico conforto veniva dall'abbraccio dei genitori. Distaccarsi da loro era semplicemente come perdere l'aria da respirare", continua. Ma superato il trauma della separazione, tra le mura di quel convento, uno dei 220 a Roma in cui trovarono rifugio oltre 5mila ebrei per sfuggire alla furia nazista, Milena trovò un "senso di pace che poco alla volta quelle religiose riuscirono a trasmettere". E nonostante la vita le abbia permesso di tornare felicemente nella comunità ebraica, la donna non ha mai scordato il conforto di Maria in quel periodo buio: "Ho dimenticato tantissime cose, ma non dimentico una certa preoccupazione di mia madre perché, quando sono venuti a riprenderci, io non volevo più lasciare le suore e quella statua. Il momento della preghiera alla Vergine mi piaceva proprio tanto".