Liliana Segre e Sami Modiano sono del 1930, Edith Bruck è del 1931, Tatiana e Andra Bucci sono del 1937 e del 1939. Tutti i sopravvissuti alla Shoah hanno ormai più di 80 anni, e alcuni hanno già superato i 90, ma nonostante l’età avanzata continuano a portare la testimonianza di quello che è stato, perché non sia più. Un impegno a cui Olga Neerman, costretta a una drammatica e rocambolesca fuga da Venezia per scampare alla deportazione nazifascista, non si sottrae nemmeno adesso che è centenaria, nata com’è il 26 giugno 1925: «Vado per i 101, e per oltre mezzo secolo sono rimasta in silenzio, ma ora più che mai ho il dovere di continuare a parlarne, almeno finché ne avrò le forze».

Le ha ancora. Tempra e lucidità: oggi la signora Neerman incontra gli studenti a Marcon e dopodomani a Mestre, dov’è stata a lungo maestra, ma solo da anziana ha trovato le parole per raccontare con un linguaggio comprensibile anche ai bambini cos’ha voluto dire essere “Ebrei per caso” (Stamperia Cetid). «Papà Armando, di nazionalità belga trasmessa anche a noi, era così ateo da avere il terrore delle dottrine. Mamma Jolanda, veneziana purosangue, aveva una specie di ebraismo culinario per cui non mescolava latte e carne. Ma nessuno di noi era osservante: io e mio fratello minore Ferruccio saremo forse andati una volta in sinagoga con nonna Stella. La mia infanzia è trascorsa serenamente fra Trieste, Mogliano Veneto e il Lido di Venezia. Eravamo stranieri, ma con un permesso di soggiorno permanente, finché nel 1938 mio padre dovette andare per due volte in Belgio “a sistemare dei documenti”. Era estate, perché ricordo che al rientro dal primo viaggio mi portò un costumino da bagno. Invece il secondo ritorno fu senza regalo e questo ci insospettì un po’, soprattutto perché papà disse a zia Tina, per non impressionare la mamma: “Sarebbe meglio che la Olga andasse alla scuola privata”. Così completai le medie non più all’istituto pubblico, bensì dalle suore Campostrini».