Il Giorno della Memoria è nato a Torino, città Medaglia d’oro della Resistenza, disseminata di “pietre d’inciampo” che ricordano i torinesi deportati nei Lager. Città del partigiano Primo Levi, tra i maggiori testimoni dello sterminio sistematico di un popolo, come mai prima era accaduto nel mondo. Città in cui crebbe Furio Colombo, promotore della legge che, 55 anni dopo la liberazione di Auschwitz, nel 2000 istituì questa data di storia e di pensiero per colmare un vuoto nel quale sfumava la memoria e si faceva strada il negazionismo.
Il giorno in cui ricordiamo che è nazista e voluta da Hitler la “soluzione finale” di ebrei, rom, sinti, testimoni di Geova, omosessuali, comunisti, con le camere a gas e le cavie umane di atroci esperimenti pseudoscientifici. Ma che è del fascismo la colpa d’aver ordito in Italia l’antisemitismo di Stato, d’aver ridotto il Paese a ingranaggio della macchina di morte, d’aver macchiato la nostra storia di quella vergogna.
Ricordiamo che nel luglio 1938 dieci scienziati italiani compiono un delitto culturale avallando il “Manifesto della razza” in parte scritto da Mussolini; che il 18 settembre 1938 a Trieste il Duce annuncia le leggi razziali in Piazza Unità d’Italia dove in 150 mila lo applaudono urlando di entusiasmo. Ricordiamo che nello stesso settembre quelle leggi – subito firmate dal re Vittorio Emanuele III – privano dei diritti civili cittadini italiani senza colpe, se non quella di essere ebrei. Espulsi i ragazzi da scuole, licei, università. Cacciati gli insegnanti da cattedre e accademie. Cacciati impiegati, dirigenti, giornalisti da uffici pubblici, banche, assicurazioni, giornali.













