Un sodalizio di lavoro che si trasformò in amicizia, complice anche un abito da sposa che scrisse un pezzo di storia della moda

di Vittoria Meloni

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In tempi di valzer di poltrone, di ambassador che durano il tempo di uno show, sodalizi duraturi come quello tra Valentino e Jackie Kennedy raccontano di una moda che è difficile immaginare possa ritornare. Jacqueline Lee Bouvier incontra Valentino Garavani in un momento catartico della sua vita: è il 1964, lei si è appena trasferita a New York dopo la morte del marito, assassinato a Dallas. Le immagini del funerale del Presidente degli Stati Uniti, con Jackie e i figli John John e Caroline che camminano come fantasmi dietro la bara, hanno occupato le prime pagine dei giornali. Il volto consunto della donna in quegli scatti palesa al mondo che della first lady non c’è più nulla, che di lei è rimasta solo l’ombra. Risulta difficile in quel momento immaginare la sua seconda vita, un’esistenza lontana anche se solo per pochi anni dalla tragedia.

Jacqueline Kennedy nel 1964 non ha intenzione di lasciarsi consumare dal dolore, sente invece l’urgenza di ridefinire la sua identità per andare avanti. E quale strumento migliore di quella stessa moda che tanto le era stata di aiuto durante gli anni a Washington. Incontra così Valentino, galeotto un completo in organza nera indossato da un’amica a un funerale che cattura la sua attenzione. Capisce subito che è ben più di un abito. Le chiede chi l’ha disegnato. Pochi giorni più tardi Valentino recapita nell’appartamento newyorkese di Jackie la sua collezione couture: lei acquista sei abiti bianchi e neri da indossare nel suo anno di lutto. È l’inizio di una lunga amicizia e di un sodalizio artistico che durerà tutta la vita.