È bella la storia che Ottavio Ragone ci narra, su Repubblica Napoli, partendo dalla storica redazione di piazza dei Martiri. Voglio aggiungere il racconto di chi, non essendo giornalista, ha condiviso quella storia per un tempo assai lungo.

Ho scritto il mio primo articolo per Repubblica Napoli nel 1993, più di trentadue anni fa. Era un commento sullo scioglimento anticipato del consiglio comunale di Napoli disposto dal ministro Nicola Mancino, cui seguì nel novembre-dicembre di quell’anno l’elezione di Antonio Bassolino. Si apriva un’epoca nuova, il paese era scosso da Tangentopoli, si avviava l’elezione diretta dei sindaci. Io ero già nel consiglio comunale dal 1992. Rieletto, fui capogruppo del Pds, il più forte gruppo nell’aula consiliare, fino a quando divenni presidente della Commissione affari costituzionali del Senato.

Fu in quel contesto che maturò il mio rapporto con Repubblica Napoli, che non si è mai interrotto. Tanto che nel 2001, nella campagna elettorale per la mia terza legislatura in Senato, il mio pezzo principale di propaganda fu un libro (Dialoghi con la mia città, Guida editori, con prefazione di Giorgio Napolitano) in cui raccoglievo una parte degli articoli che avevo pubblicato a partire dal 1993. Articoli spesso scritti, come ricordo nell’introduzione, in condizioni difficili, magari in aula durante i lavori, o nelle stazioni, in treno o in aereo quando in viaggio. Perché aggiungere un carico a un lavoro già molto impegnativo? La ragione, come spiegavo nel libro, era la crescente incapacità dei partiti politici di sostenere l’eletto nel contatto con i rappresentati. Da qui il titolo: assumere il rapporto con il giornale come strumento per parlare alla propria gente. Una scelta consapevole. Perché la cosa funzionasse erano necessarie tre condizioni. La prima, che il rapporto fosse costante, e non occasionalmente determinato da qualche evento eclatante. Quindi, non un articolo ogni tanto.