ANuuk il cibo non è solo identità: è bilancio pubblico, potere contrattuale, rotte. La piccola capitale groenlandese – oggi 20mila abitanti - si è trovata al centro di questioni globali dove la conversazione scivola spesso su terre rare e difesa strategica. Ma c’è un’altra partita, più immediata e “commestibile”, che rischia di restare fuori campo: il cibo che viene dal mare. Con la pesca, si gioca tutto ciò che le sta attorno: zone economiche esclusive, quote e la possibilità stessa per la Groenlandia di restare nazione anche a tavola. La ragione sta in una proporzione che vale come una costituzione economica: la pesca fornisce oltre il 90% dell’export, rendendo l’isola dipendente sia dal mare sia dai prezzi internazionali. Ogni anno l’isola esporta beni per quasi 7 miliardi di corone (900 milioni di euro), con una bilancia commerciale comprensibilmente in bilico. Rapportati a una popolazione nazionale di meno di 60mila persone, sono dati in ogni caso considerevoli e con gigantesche possibilità di espansione.
Royal Greenland, la compagnia di pesca controllata dall'autogoverno dell'isola, nel 2024 ha riportato un fatturato globale di circa 5,6 miliardi di corone danesi (circa 750 milioni di euro). Nonostante l'abbondanza, gran parte del pescato viene inviato in Asia o in Europa per la lavorazione prima di tornare sui mercati, rendendo la sovranità alimentare una sfida complessa. Nuovi accordi internazionali, come il protocollo Ue-Groenlandia 2021-2025, garantiscono mercati stabili. Oggi l’Ue versa una compensazione annua di circa 16,5 milioni di euro per l'accesso alle acque, di cui una parte significativa (circa 2,9 milioni) sostiene direttamente la politica della pesca locale. Per il Regno Unito, la Groenlandia è invece indicata come principale area di approvvigionamento di gambero d’acqua fredda.C’è poi la variabile clima. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) avverte che l’Oceano Artico diventerà “praticamente privo di ghiaccio” nel minimo stagionale prima del 2050.














