Petrolio prima di tutto. Ma non solo. Il territorio del Venezuela racchiude anche ricche riserve di gas, finora sfruttate solo in minima parte, e di carbone. E poi ci sono metalli: oro, ferro, nickel, rame, bauxite (che serve per produrre alluminio), più una serie di minerali con impieghi hi tech preziosi anche nell’industria della difesa, tra cui il torio e il coltan, una “miscela” di tantalio e niobio.
Anche queste risorse sono nel mirino degli Stati Uniti, decisi ad ogni costo ad accaparrarsi forniture di materiali critici per sottrarsi alla dipendenza dalla Cina. Il segretario al Commercio Howard Lutnick ne ha parlato senza mezzi termini, subito dopo il blitz per l’arresto di Nicolas Maduro: in Venezuela, ha ricordato, «c’è acciaio, ci sono minerali, tutti i minerali critici. Hanno una grande storia mineraria che è andata in rovina, ma il presidente Trump sistemerà tutto e la risolleverà».
Che al centro dell’attenzione al momento ci sia l’industria petrolifera non sorprende: per quanto disastrato, questo è senza dubbio il settore su cui è più facile intervenire in tempi brevi con profitto. Nel Paese latinoamericano operano tuttora diverse compagnie internazionali (tra cui la statunitense Chevron e Major europee come Eni e Repsol). E se produzione ed export di greggio sono crollati di due terzi rispetto ai massimi degli anni Novanta, non si sono però mai fermati del tutto. Con investimenti adeguati e un sollievo dalle sanzioni, potranno solo aumentare.











