Se è vero, come sostiene Roxanna Vigil del Council on Foreign Relations, che l'attacco di Donald Trump in Venezuela è in parte legato «alle riserve di petrolio del Paese», è anche vero che riuscire a sfruttare i giacimenti più grandi al mondo di greggio non è un'impresa facile. Ed è soprattutto problematica per due motivi: da una parte, le condizioni fatiscenti delle infrastrutture e dei pozzi, dall'altra le caratteristiche del petrolio venezuelano, che sono molto simili a quelle del bitume canadese.

Il 90% del greggio venezuelano è estratto nella Cintura dell’Orinoco ed è un prodotto pesante e ricco di zolfo, una condizione che obbliga a un processo di raffinazione molto costoso: alcune analisi preliminari parlano di 20-30 miliardi di dollari a impianto, per un totale di 130 miliardi di dollari in dieci anni secondo un’analisi della società di consulenza Wood Mackenzie se si vuole portare la produzione attuale da 800mila a tre milioni di barili al giorno.

L’agenzia Energy Aspects, invece, stima che incrementare la produzione di petrolio di 500mila barili al giorno richiederebbe circa due anni di lavori e un investimento pari a 10 miliardi di dollari. Per fare un esempio, in questo momento sia la Russia che l’Arabia Saudita producono circa 10 milioni di barili al giorno, gli Usa invece producono 13 milioni di barili. Numeri difficili da raggiungere in breve tempo dal Venezuela, nonostante le riserve stimate siano di 303 miliardi di barili.