Il petrolio venezuelano torna al centro del mondo. La caduta di Nicolás Maduro fa riemergere sul mercato una delle più grandi riserve di greggio del pianeta e apre uno scenario potenzialmente dirompente per prezzi, flussi e assetti industriali dell’energia. Il Venezuela detiene circa 303 miliardi di barili di riserve provate, pari a quasi il 20% del totale globale, ma oggi produce poco più di 1 milione di barili al giorno, contro i 3,2 milioni di inizio anni Duemila. È questa forbice, più che l’evento politico in sé, a essere osservata con attenzione dagli operatori.
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Washington ha indicato un ruolo diretto delle grandi compagnie statunitensi nella ricostruzione delle infrastrutture petrolifere, con investimenti annunciati nell’ordine di miliardi di dollari. In termini di mercato, l’effetto immediato appare limitato: l’output venezuelano pesa meno dell’1% sulla produzione mondiale e può essere compensato da altri produttori, a partire dagli Stati Uniti. Diverso il discorso sul medio periodo. Un recupero anche parziale della capacità produttiva, tra 500mila e 1 milione di barili aggiuntivi al giorno, avrebbe un impatto sull’equilibrio dell’offerta, soprattutto se coincidesse con una domanda globale meno dinamica.











