Gli analisti: "Caracas esporterà soprattutto verso gli Usa". La Cina rischia di rimanere a secco e guarda a Teheran
Una petroliera in Venezuela
ACaracas la paura delle persone è restare senz’acqua, ma ai piani alti della capitale venezuelana i membri del governo chavista ancora in carica giocano una partita per non restare senza petrolio. La interlocuzione con gli Stati Uniti, che hanno mantenuto l’embargo, è delicatissima e spiega perché Trump nelle prime ore dopo l’operazione Absolute Resolve abbia accreditato come interlocutrice la vice di Maduro, Delcy Rodríguez: fedelissima del presidente, finora, ma anche esperta di produzione petrolifera.
«Al momento – spiega Enrico Paglia, research manager per il broker genovese Banchero Costa e esperto di petroliere – è, anzitutto, difficile capire quali saranno gli sviluppi politici futuri in Venezuela e se e quanto la nazione entrerà effettivamente nelle sfere di influenza Usa».
Dal punto di vista dello shipping, settore da cui dipendono le esportazioni venezuelane, l’azione militare statunitense ha causato una fuga immediata delle petroliere “ombra”, quelle che sfuggono in maniera illecita ai controlli internazionali, come ha spiegato in una intervista Matt Wright, analista della società belga di intelligence marittima Kpler. Mentre sedici navi hanno provato negli ultimi giorni a forzare il blocco, la flotta di 63 unità che operava unicamente sul Venezuela (soprattutto navi molto grandi di classe Vlcc) ora è senza impiego e potrebbe spostarsi verso il mercato iraniano. Un’ipotesi che viene considerata più probabile rispetto alla Russia, i cui porti hanno difficoltà a accogliere navi di quelle dimensioni.












