Tacciono i nipotini del Grande Abbaglio, perché non hanno mai avuto contenuti in proprio, e quelli che hanno ricevuto in eredità stanno andando in disfacimento. Il Grande Abbaglio ha dei padri altisonanti, si chiamano Jean-Paul Sartre, Michel Foucalt e tutta quell’intellighenzia della rive gauche che nel fatale 1979 attuò un capovolgimento del senso della Storia, per cui la teocrazia oscurantista e apocalittica che l’ayatollah Khomeini stava impiantando in terra iraniana divenne il luogo dell’umanità nuova e della liberazione dalla corrotta civiltà occidentale. Un testacoda valoriale totale: nei salotti e nei media progressisti occidentali l’Iran islamista si è trasfigurato in feticcio, idealtipo, patria d’elezione della suddetta intellighenzia nel frattempo degenerata a vippume flottigliesco, un fronte firmatario compulsivo di appelli genericamente pro-Gaza e invariabilmente contro l’imperialismo occidentale (al caldo delle libertà occidentali, rimpallandosi premi occidentali, bazzicando la società dello spettacolo occidente, ecc...).

Ovvio che ora lorsignori non proferiscano sillaba di fronte al feticcio che traballa, di fronte all’eroica rivolta degli iraniani che non ne possono più del giogo coranico, una rivolta che una scrittrice non intruppata come J.K. Rowling descrive così: «Il coraggio di queste persone è sbalorditivo. Sono una luce in quello che ultimamente sembra un mondo molto buio». Tacciono perché dovrebbero rinnegare loro stessi, dovrebbero ammettere di aver sempre orecchiato una canzone stonata alla radice, ben oltre l’Iran. Sì, perché Khomeini, Khamenei e tagliagole a supporto hanno offerto loro la parola d’ordine, il segnale di riconoscimento per essere accettati nella Repubblica (islamica) delle Lettere, la bussola in base a cui orientarsi: sempre e comunque contro il “Grande Satana” yankee.