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Donne, vita, libertà: lo slogan che la sinistra ha dimenticato, girandosi dall'altra parte mentre i giovani iraniani cercano con coraggio di riprendersi il Paese
Mentre le piazze iraniane continuano a ribollire di rabbia per chiedere la libertà da un regime asfissiante, che anche in queste ore sta mettendo in atto una feroce repressione, in Italia si registra un fenomeno curioso quanto inquietante: il silenzio assordante di quella sinistra che ha fatto dei diritti civili la propria bandiera. Sono loro quelli attenti al femminismo, ai diritti civili, eppure mentre le giovanissime iraniane rischiano la vita nelle piazze, e non solo per modo di dire. Per anni abbiamo assistito a una mobilitazione massiccia, a piazze piene, storie egoriferite, canzoni, post, appelli, spillette dedicate ad altri scenari, forse più social, mentre la rivolta contro il regime degli ayatollah sembra destnata a passare in sordina.
Ne parlano i quotidiani, ne discutono le "bolle" sui social, ma gli artisti e i nomi importanti si girano dall'altra parte. Eppure dall'Iran stanno arrivando immagini potenti, ragazze che a volto scoperto si accendono la sigaretta con le foto in fiamme dei funzionari della teocrazia islamica, giovani che strappano le bandiere del regime e issano quelle dello scià. È la solita indignazione selettiva, quella che ignora anche il Venezuela in festa per l'arresto di Maduro, che quasi si dispiace della caduta di un regime socialista bolivariano. Ma la verità è una: il dramma del popolo iraniano, che combatte eroicamente contro la teocrazia oppressiva, non ha lo stesso "appeal" mediatico. Forse perché non permette di puntare il dito contro il solito nemico occidentale, contro il capitalismo o l'imperialismo. Forze perché mette in crisi certi dogmi ideologici. Chissà, nessuno ha mai risposto: sono pochi gli esponenti della sinistra culturale, artistica e intellettuale che hanno scelto di esporti. La maggior parte ha preferito il basso profilo che sa di ipocrisia.






