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Le rivoluzioni che entrano nei libri di storia come immagini simboliche, folle, slogan, corpi nelle strade, sono spesso la fase finale e visibile di decisioni maturate altrove: nei vuoti di potere, nelle ambiguità diplomatiche, nelle omissioni internazionali e nelle complicità indirette

di Pegah Moshir Pour

C'è un Iran che da quarantasei anni dimostra, generazione dopo generazione, di essere una società pensante, colta e critica. Un Iran attraversato da una volontà di trasformazione che nessuna repressione è riuscita a cancellare. È l'Iran delle donne e degli uomini comuni, delle attiviste, degli avvocati per i diritti umani, degli studenti, delle cantanti, dei registi e degli attori che hanno continuato a creare, denunciare e interrogare il potere anche quando farlo significava perdere tutto: libertà, lavoro, futuro. Questa realtà dovrebbe interrogare chi osserva da fuori, in particolare le politiche internazionali europee e statunitensi, ancora incapaci, o riluttanti, a distinguere il regime dalla società. La storia, però, insegna una lezione scomoda: le rivoluzioni non sono mai eventi brevi né lineari. Sono processi lunghi, contraddittori, popolati da protagonisti visibili e invisibili. E, soprattutto, raramente si decidono solo nelle strade.