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Dalle piazze in fiamme agli scioperi dei bazar, l’Iran entra in una fase di frattura profonda. La repressione si intensifica, ma il patto tra Stato e società sembra spezzato e il tempo non gioca più a favore del regime

Ci sono giorni in cui la storia smette di essere una categoria accademica e torna a essere rumore. Voci che si sovrappongono, vetri che esplodono, slogan gridati senza microfono. Il 9 novembre 1989 aveva il suono del cemento che si sbriciola. Il 14 luglio 1789 quello dei cancelli forzati. Oggi, nelle notti dell’Iran, la storia ha il crepitio degli incendi e il silenzio improvviso di internet che si spegne.

In Occidente continuiamo a chiamarla “ondata di proteste”. Un’espressione prudente, quasi igienica. Ma chi guarda davvero quello che sta accadendo nelle città iraniane sa che questa non è più una protesta. È una frattura. All’inizio c’era il denaro che non vale più nulla. Il rial che si sbriciola, i prezzi che salgono ogni mattina come una cattiva notizia ricorrente. Pane, carburante, affitti. Le rivoluzioni partono sempre così, dalla cucina e dal portafoglio. Ma poi succede qualcosa. Il linguaggio cambia. Le richieste diventano rifiuto. E il rifiuto diventa sfida.