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Il bazar di Teheran chiuso per carestia: l’ultima volta nel ’79, quando cadde lo scià

Manca poco alla fine. C'è un uomo seduto sull'asfalto, solo e non ancora rassegnato, davanti a lui una muta di pasdaran a cavallo di motociclette nere. È la foto che racconta l'incertezza dell'Iran, quello che può accadere o quello che non sarà. Sembra una citazione di Tienanmen ma il destino è ancora aperto. Questo 2025 si chiude con un tramonto di rabbia e speranza. C'è un freddo che s'intrufola nelle botteghe chiuse, nei cortili delle case, nelle mani vuote di chi conta le banconote e scopre che non servono più a niente. Il rial cade a pezzi, come un castello di sabbia colpito dall'onda. Nel Gran Bazar di Teheran le serrande si abbassano una dopo l'altra. Non per paura, non più. Per protesta. È il gesto più semplice del mondo: chiudere. È anche il più devastante. Qualcuno ancora se lo ricorda: la caduta dello Scià è cominciata così, con il mercato vuoto, spento, perché non c'era più merce da vendere ai comuni mortali. Era il 16 gennaio 1979. Mohammad Reza Pahlavi fugge prima in Egitto e poi in Marocco. Spera invano di tornare. Il potere finisce nelle mani senza pietà degli ayatollah. Quella che un tempo si chiamava Persia si ritrova sotto la dottrina teologica dell'imam Ruhollah Khomeini. Sono quarantasette anni che dispensano preghiere e morte.