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Al decimo giorno di proteste il regime iraniano spegne la rete e alza il livello della repressione. Ma la rivolta si estende alle province, coinvolge donne e bazar e trasforma una crisi sociale in una sfida di legittimità al potere
Il decimo giorno di proteste in Iran non è il giorno dopo il nono. È un altro tempo. È il momento in cui il regime smette di contare i giorni e comincia a spegnere le luci. Prima le strade, poi le parole, infine la rete. Quando internet cade in Iran non è un incidente tecnico, è una dichiarazione politica. È lo Stato che ammette di non riuscire più a governare il racconto di sé stesso.
Le proteste erano partite come sempre, con una scusa economica che non era una scusa. Il rial che crolla, i prezzi che salgono, il pane che diventa un lusso. Ma al decimo giorno nessuno parla più di inflazione. Si parla di fine. Le scritte sui muri non chiedono riforme, invocano la sepoltura dei mullah. È una lingua nuova, definitiva, che non concede margini di mediazione. Non è rabbia improvvisa, è memoria accumulata.














