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Ancora proteste, già 20 i morti. Il regime teme per la vita e annuncia la repressione

Roghi, scontri con la polizia, caos, gas lacrimogeni, arresti e vittime. Giovani che assaltano edifici governativi, incendiano auto, moto e bidoni della spazzatura. Rabbia, rancore, furia indomabile. I negozi di Teheran, Karaj, Kazerun e Bandar Genaveh chiusi. Continuano le proteste in Iran contro il regime degli ayatollah. La teocrazia conferma la linea dura nei confronti dei manifestanti, bollati come agenti di nemici stranieri, nonostante le minacce di intervento statunitense.

Il regime si trova ad affrontare una sfida più complessa delle precedenti: crescenti disordini interni combinati con una minaccia militare esterna. Sarebbero almeno 20 i morti. Le proteste sono iniziate a causa della grave crisi economica e il crollo della valuta nazionale che hanno messo in ginocchio il Paese. L'economia è danneggiata dalle sanzioni americane sulle vendite di petrolio e sulle transazioni bancarie internazionali, imposte nel 2018 quando Donald Trump ha abbandonato l'accordo nucleare con Teheran. Il capo della magistratura Ejei avverte però che non ci sarà "alcuna clemenza" contro i rivoltosi. La guida Suprema Ali Khamenei, anche se ha detto di capire le ragioni delle proteste, ha aggiunto che i manifestanti vanno messi al loro posto. Parole tutt'altro che distensive. "Il 2026 inizia come un incubo per la leadership iraniana", spiega Mustapha Pakzad, analista geopolitico. Anche fonti iraniane al Nyt confermano: "Il regime di Teheran teme per la sua sopravvivenza".