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Liberare il potenziale dell'Iran, proteggerlo all'inizio e poi lasciarlo camminare da solo: questa è la posta in gioco
Ali Khamenei ha abdicato. I conflitti moderni, però, non si vincono solo sul campo. Il verdetto delle armi è solo un preambolo. Ciò che conta davvero è la capacità di governare il disordine che segue. Lo hanno dimostrato vent'anni di guerre occidentali - dall'Irak a Gaza - tutte perse nel dopoguerra. La lezione vale oggi più che mai, nel confronto tra Israele e Iran. La vera sfida è politica: gestire la transizione, evitare che l'auspicabile sconfitta di Teheran si trasformi in caos permanente.
L'Irak doveva diventare un laboratorio di democrazia nel cuore del Medio Oriente. Al di là delle affermazioni sulla presenza di armi di distruzione di massa rivelatesi infondate, il cambio di regime a Baghdad aveva una sua logica: disinnescare la saldatura tra jihadismo e baathismo radicale. Ma la gestione del dopoguerra fu disastrosa. L'epurazione del ceto dirigente iracheno decapitò ogni possibilità di una continuità istituzionale. Trapiantare la democrazia su un terreno devastato dalla guerra e privo di un tessuto civile segnò il fallimento del nation building.






