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In Iran c'è in ballo tutto ciò che è alla base del nostro modo di vivere

Non si può non essere contenti quando, su una guerra, viene scritta la parola fine. Anche se, forse, non si tratta di pace vera ma soltanto di una tregua, è comunque un bene per la popolazione che soffre, che viene uccisa e ferita, che è costretta a correre nei rifugi (quando ha dei rifugi a disposizione, e non è il caso dei civili iraniani) e a vivere nel terrore delle sirene e degli attacchi. Però la fine, a volte, non è un lieto fine. Non per tutti, almeno. Infatti, se la guerra fra Israele e Iran, dopo l'intervento degli Stati Uniti, terminerà così, e il regime degli ayatollah resterà in piedi, per la popolazione iraniana la situazione non migliorerà affatto.

Il regime ha già avviato una stretta ulteriore: in questi giorni sono scattati arresti preventivi, sono spariti oppositori e presunte spie, le maglie del controllo e della censura si sono fatte ancora più opprimenti di quanto non fossero. La ritorsione nei confronti dei dissidenti è stata immediata e peggiorerà quando sarà il momento di riconsolidare un potere che ha vacillato: non solo agli occhi del mondo ma, soprattutto, agli occhi dei propri sostenitori interni e dei propri oppositori. Il regime, che si è dimostrato così debole, deve riaffermare la propria forza. E allora l'Occidente, se è quell'Occidente che con orgoglio si fregia di parole come libertà e civiltà, dovrebbe tenere conto che in Iran si gioca una partita che non è soltanto quella, seppur cruciale, del nucleare.