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L'Iran, pur colpito duramente, ritiene oggi di avere il coltello dalla parte del manico

Paradossalmente, il vero sconfitto di queste ore è il vicepresidente degli Stati Uniti, a quanto è dato sapere, l'unico componente dell'amministrazione Trump a essersi vocalmente opposto al lancio dell'operazione Epic Fury. L'incontro di Islamabad, durato 21 ore, non è nato da una dinamica diplomatica fisiologica ma da una necessità politica urgente: portare a casa un risultato che impedisse allo Stretto di Hormuz di trasformarsi in un detonatore permanente dell'economia globale. Questa urgenza aveva un nome e un cognome: JD Vance. È stato lui a doversi sedere al tavolo in una fase in cui la navigabilità sicura dello Stretto di Hormuz non è più garantita.

Donald Trump si aspettava che la decapitazione del regime iraniano producesse uno scenario simile a quello venezuelano: un potere paralizzato, isolato, costretto alla resa progressiva. Nella valutazione non è stata neppure contemplata l'ipotesi che il regime di Teheran potesse resistere usando la leva dello Stretto come strumento sistemico di pressione. È stato l'errore originario.