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Al di là dei sorrisi di circostanza e del tetro ottimismo di Teheran, sembra che il dado sia ormai tratto
In realtà lo si voglia o meno, sembra che il dado sia tratto. È vero: ancora molto dipende dalla telefonata con Trump dei suoi inviati Witkoff e Kushner a seguito della seconda e terza manche dei colloqui di Ginevra tenuti ieri. L'incontro nell'abitazione sull'acqua del console dell'Oman in realtà ospita una trattativa fatale e limacciosa: gli iraniani cercano di dissuadere Trump dalla convinzione che l'Iran giochi il pericoloso gioco del potere atomico e del terrorismo internazionale, ma lo fanno sullo sfondo dell'innegabile ferocia con cui sono state uccise decine di migliaia di dimostranti, fiore del Paese. Araghchi il ministro degli esteri, come il ministro degli esteri dell'Oman Badr Albussiadi, il mediatore, cerca di proiettare ottimismo, ma è solo tetro. Khamenei dichiara che se il colloquio si circoscrive al nucleare ci sono possibilità di accordo. L'ipotesi di Teheran: 3-5 anni di stop al progetto nucleare, se non per un arricchimento dell'1,5%, lontano da quel 60 con cui il suo uranio, circa 450 chili, è quasi pronto per le bombe atomiche, e adesso verrebbe depositato in un luogo sorvegliato da un consorzio bilaterale.






