Ieri Antonio Polito, nell’editoriale del Corriere della sera, ha ricordato che «il regime degli ayatollah fu il primo nell’Islam, in tempi moderni, a sollevarsi contro l’Occidente e il Satana americano: quando nel 1979 il popolo iraniano cacciò lo Scià, alle forze progressiste d’Europa (... ) parve una nuova “rivoluzione d’ottobre”». È vero (Polito in quegli anni lavorava all’Unità). Anche per la rivoluzione khomeinista – come perla rivoluzione bolscevica – le “forze progressiste” hanno fatto la cosa sbagliata. Ora quella tirannia sta finendo, come il comunismo, nell’orrore, un esito fallimentare che conferma il parallelismo con i regimi rossi.
Dunque la “novità” che il khomeinismo rappresentò, come il suo attuale naufragio, riguarda non solo il mondo musulmano, ma anche la nostra sinistra. Qui si trova la spiegazione della situazione odierna, ovvero dell’improvviso imbarazzo delle piazze progressiste, fino a ieri affollate per Gaza e oggi vuote e mute di fronte al massacro del popolo iraniano da parte di quel regime. Ma qui si trova anche la ragione del ruolo geopolitico dell’Iran. Infatti che sia un pilastro fondamentale dell’asse delle tirannie che comprende Cina comunista e Russia post-comunista, come il regime di Maduro in Venezuela, non è dovuto solo a ragioni tattiche, secondo la solita dinamica per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Ci sono motivi ideologici più profondi, perché Khomeini fin dall’inizio fa un’operazione politica decisiva: assorbe all’interno del suo messianismo politico le parole d’ordine della sinistra marxista e terzomondista. «Nei suoi scritti post-1970 – osserva Robert S. Wistrich – Khomeini divideva il mondo in due classi in lotta tra di loro, i mostazafin (oppressi) e i mostakaberin (gli oppressori). Diede un nuovo slancio religioso alla lotta di classe promossa dai marxisti secolaristi e dal partito comunista Tudeh che era stato severamente perseguitato dallo Scià».








