Dopo quattordici secoli di guerra civile islamica in cui si sono scannati per la titolarità del Califfato, fra sunniti e sciiti sembra sia arrivata una resa di conti decisiva, se non proprio definitiva. L’Iran, che da ormai mezzo secolo si è fatto portabandiera della shia, è sotto i bombardamenti degli “infedeli”, anzi del grande e del piccolo Satana, che l’ayatollah Khomeini identificava nell’America e in Israele. Per quel che poco che resta della sua capacità militare, la Repubblica islamica di Teheran risponde al fuoco, tenta di danneggiare l’economia mondiale, ma soprattutto sfida direttamente i governanti musulmani.

Tutti finiti nella categoria degli usurpatori a partire dai monarchi sauditi, giudicati illegittimi custodi dei Luoghi Santi, la Mecca e Medina. A loro la scelta: o passare sotto la bandiera del Dodicesimo Imam, il Mahdi, colui che combatterà la battaglia finale contro “gli ebrei e i pagani”, oppure saranno considerati anch’essi “miscredenti”, benché i sunniti rappresentino circa il 90% della Ummah, l’ecumene islamica.

Nessuna solidarietà dagli Stati arabi, quindi. Tanto più che gli iraniani si vantano della loro discendenza indoeuropea e, anche per questioni etniche, culturali e linguistiche, sono dei paria dell’Organizzazione della Cooperazione islamica (OIC) e non fanno nemmeno parte della Lega Araba. Anzi, lo scorso 1° marzo, l’OIC ha energicamente condannato gli attacchi iraniani contro Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar, Kuwait e Giordania, descrivendoli come un’escalation inaccettabile e una minaccia alla stabilità regionale, con gravi ripercussioni perla pace e la sicurezza.