Rieccoli, gli ayatollah di casa nostra. Niente turbante d’ordinanza (per ora), nessuna volontà apocalittica dichiarata, il loro è un istinto liberticida felpato, obliquo, un totalitarismo dolce in luogo del totalitarismo duro della Repubblica islamica. La loro parola d’ordine, però, è esiziale per la convivenza civile dentro la nostra Repubblica laica, liberale, democratica, ed è sempre la stessa: #chiudetetutto. La collegano strumentalmente all’austerity del 1973, un precedente apparentemente tranquillizzante e democristiano, ma assai differente dall’oggi: lì c’era tutto un cartello mediorientale dei produttori di petrolio che aveva dichiarato una guerra energetica all’Occidente, non un regime teocratico che sequestra (ad ora) un singolo snodo, seppur pregnante, come lo Stretto di Hormuz (con i Paesi del Golfo che viceversa si stanno attrezzando per potenziare l’alternativa garantita dal sistema di oleodotti, elemento che già da solo rende la sortita del premier Meloni nella regione molto più lungimirante di quanto il mainstream ha blaterato).

La verità è che il precedente che hanno in testa lorsignori è molto più recente e inquietante, si chiama Covid. Non a caso la formulazione che sta iniziando a circolare nelle burocrazie continentali e pure nel dibattito mediatico è quella del “lockdown energetico”. Per carità, si affrettano a precisare i cronisti che riportano l’ipotesi, mentre in pandemia si limitò la libertà delle persone, qui si tratterebbe “solamente” di limitare attività, servizi energetici, consumi. Come se le due cose non fossero così intersecate da risultare quasi sinonimi, come se l’uomo contemporaneo non fosse anche e sempre un uomo che agisce, che intraprende, che consuma, che modifica costantemente il mondo circostante.