Ne hanno appena ammazzato uno in Iran, che dipendeva da lui, dai suoi ordini, dai suoi umori e naturalmente dalle sue preghiere più o meno d’ufficio. Si tratta naturalmente di Alì Khamenei, ucciso nella sua residenza a Teheran, distrutta dagli israeliani grazie a informazioni americane nella guerra fra le più annunciate per la dovizia dei preparativi, anche o soprattutto americani, diffusi a mezzo stampa, come gli avvisi di garanzia in Italia. La più grande disfatta, credo, dei servizi segreti, peraltro compiaciuti di se stessi per avere fatto il loro dovere di tradirsi, essendo state queste le istruzioni o gli ordini ricevuti dall’alto, o dall’altissimo. Una rinuncia alla riservatezza dettata dalla speranza che l’altra parte rinsavisse e si risparmiasse il peggio.
Khamenei, che nella lotta al Satana americano e, più in generale, occidentale aveva voluto riscattarsi dalle compromissioni del suo predecessore Khomeini abbandonatosi in traffici d’armi con gli Stati Uniti di Reagan, ha avuto scusate la franchezza- la fine che meritava dopo le repressioni sanguinose non solo del dissenso, ma semplicemente di chi gli capitava, diciamo così, a tiro. O indossava indumenti non graditi alle sue guardie, manutengole della rivoluzione islamica. Spero, personalmente, che ci venga risparmiato il solito spettacolo, purtroppo, di un successore peggiore di lui.













