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7 GENNAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 17:09
La rimozione di Nicolás Maduro dalla scena politica venezuelana non ha prodotto l’apertura immediata di una transizione democratica, né il trasferimento automatico del potere verso l’opposizione eletta nel 2024. Al contrario, ha inaugurato una fase di sospensione istituzionale nella quale la legittimità politica è stata momentaneamente subordinata alla gestione del rischio, alla continuità operativa dello Stato e alla stabilizzazione coercitiva del territorio. È in questo spazio intermedio, più che in una logica di successione costituzionale, che va letta la permanenza di Delcy Rodríguez al vertice del potere esecutivo e, allo stesso tempo, l’assenza di Maria Corina Machado dal perimetro decisionale immediato.
L’errore più diffuso nell’analisi pubblica del momento venezuelano consiste nel presupporre che la caduta di un regime produca necessariamente l’ascesa dei suoi avversari democratici. Nella pratica delle transizioni contemporanee, soprattutto in contesti caratterizzati da un’elevata militarizzazione del potere e da una profonda penetrazione di economie criminali come in questa transizione, prima della rappresentanza viene il controllo, prima della legittimazione viene la neutralizzazione del conflitto, prima delle urne è imperante la gestione del caos.















