Dopo 4687 giorni al potere segnati da costanti brogli elettorali, usurpazioni democratiche, cancellazione sistematica dell’opposizione, imprigionamenti, omicidi e soprattutto misure politiche ed economiche rovinose, Nicolas Maduro è finito dietro le sbarre di una prigione americana. Un destino che avrebbe dovuto aspettarsi vista la sua costante retorica anti-yankee e le accuse di narcoterrorismo che da qualche anno il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formulato nei suoi confronti. Tardivamente, in una telefonata dello scorso 21 novembre, aveva offerto a Trump la sua fuga a condizione che lui e la sua famiglia ottenessero la piena amnistia legale. Niente da fare, come poi i fatti hanno dimostrato ampiamente, ma questa è solo l’ultimo capitolo della sua vicenda, iniziata il 16 dicembre del lontano 1993 quando incontrò per la prima volta il “Comandante Eterno” Hugo Chavez, all’epoca ospite in una cella del carcere di Yare per aver tentato un colpo di Stato contro il presidente Carlos Andrés Pérez.

«Lì ci sedemmo» ha raccontato una quindicina di giorni Maduro fa in vena di nostalgie, «e lui parlò senza sosta del progetto bolivariano, del futuro, dell'unione civico-militare e della necessità di portare Bolivar nel XXI secolo con tutti i suoi valori e il suo ideale bolivariano... me ne sono andato da lì con la sensazione di galleggiare». Maduro in realtà stava già galleggiando nell’area del “Comandante” da qualche tempo, avendo già aderito al Movimiento Bolivariano Revolucionario 200, l'ala civile del movimento del futuro dittatore.