Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 13:29

Il Venezuela oggi ci mette davanti a un dilemma scomodo, uno di quelli in cui nessuno vorrebbe trovarsi. Da una parte c’è un regime criminale, denunciato da anni per violazioni sistematiche dei diritti umani, con carceri piene di prigionieri politici, dissidenti e perfino ostaggi internazionali, come il nostro connazionale Alberto Trentini. Un potere autoritario che non riconosce il risultato delle elezioni quando le perde, come abbiamo visto nel 2024, e che ha provocato il più grande esodo migratorio della storia recente dell’America Latina.

Una cupola senza scrupoli, guidata da Nicolás Maduro, ha di fatto sequestrato un Paese ricchissimo di risorse, ma soprattutto ha sequestrato un popolo che, per la propria storia e la propria cultura, non si sarebbe mai immaginato in esilio. Oggi milioni di venezuelani vivono lontani da casa, spesso in condizioni precarie, spesso con un passaporto scaduto e un futuro sospeso.

Dall’altra parte, a fare da contraltare, c’è una potenza imperialista guidata da un presidente lunatico e vendicativo, che ha appoggiato senza esitazione il massacro del popolo palestinese, armando la mano di Benjamin Netanyahu. Un Trump misogino, egolatra, che usa i dazi come arma politica, che calpesta il diritto internazionale e si arroga il potere di decidere chi debba vivere o morire nel Mar dei Caraibi in nome della “lotta alla droga”. In mezzo, come se non bastasse, ecco il Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado (arrivata rocambolescamente ad Oslo) che, insieme a quello a Obama, è uno dei più divisivi degli ultimi decenni: per molti venezuelani è un simbolo di resistenza contro Maduro, per altri l’ennesima espressione di un’opposizione liberale, bianca, di élite, perfettamente compatibile con le agende di Washington.