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Ultimo aggiornamento: 12:23
Caracas, ancora una volta. La capitale venezuelana che oggi fa da sfondo al sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores da parte degli Stati Uniti non è una città qualsiasi nella geografia del potere nordamericano. Giambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici: in questo caso il ritorno è evidente.
Questa città, adagiata tra il Waraira Repano (Monte Avila) e il Mar dei Caraibi, incrocia da almeno due secoli il destino dell’America Latina e l’espansione statunitense. Per capirlo bisogna tornare indietro nel tempo. All’inizio dell’Ottocento, mentre Simón Bolívar guidava le guerre d’indipendenza contro il colonialismo spagnolo, a Washington prendeva forma un altro progetto. Il 2 dicembre 1823 il presidente James Monroe, nel suo messaggio al Congresso, enunciava il principio che sarebbe diventato la “dottrina Monroe”: nessuna potenza europea doveva più intervenire negli affari dell’emisfero occidentale. “America agli americani” significava, in pratica, il diritto autoproclamato degli Stati Uniti a considerare il continente come propria sfera di influenza esclusiva.
Arriverà poi la conquista di Cuba e Porto Rico (1898), il Canale di Panama (1907 e il 1914) e un’espansione economica che ci porta di nuovo a Caracas. Siamo nel marzo 1954, in piena guerra fredda, la città ospita la X Conferenza Interamericana. Su pressione di Washington, i governi firmano la cosiddetta “Dichiarazione di Caracas”, che definisce il “comunismo internazionale” incompatibile con la libertà americana e impegna gli Stati della regione a “prendere le misure necessarie” per difendersi da qualunque influenza considerata sovversiva. È la formalizzazione, in chiave anticomunista, della stessa logica che aveva animato Monroe: l’emisfero come zona di sicurezza strategica, da preservare a ogni costo.















