Nella Cena al Buio, ognuno reagisce a modo suo: c’è chi si trova perfettamente in grado di tagliare il proprio boccone con forchetta e coltello e portarlo alla bocca, chi (critico gastronomico compreso) combina disastri, trasformando giacca e camicia in un campo di battaglia. Già, perché quando il buio pesto domina una sala in cui non si vede letteralmente nulla, sono proprio i gesti semplici e ripetitivi a diventare complicati. Ma è una ragione in più per compiere l’esperienza: il termine, abusato al ristorante, qui calza a pennello. E, anzi, risulta una delle più interessanti che si possano fare oggi in una Milano gastronomica che sembra aver già raccontato tutto, e invece no.
Di sicuro a vincere è il gusto, il senso che riprende una completa rivincita proprio sulla vista: «Già, perché generalmente una persona mangia innanzitutto con gli occhi. La prova? In diversi hanno trovato buonissimi piatti o ingredienti che normalmente detestavano. Il buio amplifica tutto, in senso positivo e negativo». Così Barbara Contini, responsabile della Cena al Buio che, ormai, si svolge due volte la settimana (prossime cene sabato 27 dicembre e sabato 3 gennaio, prenotazioni su dialogonelbuio.org) nella sede di via Vivaio 7. Tanta la strada fatta a partire dai primi esperimenti voluti dal presidente della Fondazione Istituto dei Ciechi (che tuttora organizza) Rodolfo Masto nel 2007 e nel 2008: la svolta dopo il Covid, quando l’appuntamento è diventato fisso. Conto di 65 euro, menu di tre portate uguale per tutti — salvo intolleranze — semplice ma buono: il principale scoglio di difficoltà è, appunto, riconoscere i cibi serviti in una sala completamente buia, dove però i camerieri — nel giorno della nostra prova erano Anthony Bersani ed Emanuele Parise, più la stessa Contini — si muovono velocissimi a servire in modo impeccabile — chapeau! — una quarantina di persone.







