Lo scenario socio-economico italiano resta altalenante. Da una parte i conti pubblici, per la prima volta da inizio secolo, attestati su posizioni insperate con il deficit che sta raggiungendo il tanto agognato 3%, dall’altra un sistema industriale molto affaticato da oltre 9 trimestri di calo. Un sistema industriale la cui capacità produttività è per meno del 40% realizzato dalla media e grande impresa, con un fatturato sopra il miliardo di euro, è essenzialmente sotto la mano pubblica e il restante concentrato su farmaceutico, agroalimentare, siderurgico privato, meccanica di precisione e nicchia, e telecomunicazioni, che però è prioritariamente a capitale estero.
Il restante 60% è in pancia alle PMI e micro imprese, il cui numero produttivo industriale è ormai pari al 40% del totale delle imprese di capitali, Spa e Srl, il restante è del terziario, che per le micro imprese supera il 95% ed è costituito da società di persone, Snc, Sas e ditte individuali, le quali, nella maggioranza dei casi, non vivono di certo una stagione brillante a causa del significativo rallentamento dei consumi. Ormai da decenni, soprattutto per i comparti produttivi, si sottolinea l’esigenza di aumentare le dimensioni delle imprese, il capitale di rischio, le forme giuridiche costitutive, condizioni mai realizzate e mai sostenute da politiche incentivanti a farlo, sempre accantonate dalla politica di ogni colore ma anche dalle associazioni datoriali, le quali per contare nelle scelte politiche debbono disporre di numeri di grandi dimensioni di associati.







