Mentre Piazza Affari festeggia gli eccezionali risultati delle cedole giunte dalle nostre banche, confermando l’Italia prima in Europa per rendimenti finanziari, il Paese reale tira il fiato con fatica, consegnandoci ancora una volta asfittiche previsioni di aumento del PIL, fermo allo zero-qualcosa, ben sotto la metà della media europea. D’altra parte questa contraddizione non risale solo da sempre più difficili equilibrismi macroeconomici, ma discende dall’evidenza di una crisi industriale di cui non riusciamo ancora a definire i limiti.

Automobile, chimica e acciaio disegnano uno spasmo dell’intero sistema industriale italiano, che si era a lungo illuso di poter vivere solo di piccole imprese, certo specializzate nell’alta qualità e orientate alla ricerca di nicchie protette in un commercio internazionale in continua espansione, ma oggi costrette a confrontarsi con le spinte protezioniste da parte degli stessi partner storici a partire dagli Stati Uniti.

I dati della produzione industriale ci tolgono queste illusioni. Fatto 100 il 2021, il minimo si registra nel 2020 (89) quando il Covid obbliga tutti i Paesi a una fermata che ghiaccia la manifattura; nei due anni successivi, l’Italia guida la ripresa europea, ma dal 2023 cadiamo sempre più sotto la media Ue, fino ad avere oggi una crescita strisciante.