La battaglia di Pavia, che si combatté all’alba del 24 febbraio 1525, nel grande parco ducale a nord della città tra l’esercito francese di Francesco I di Valois e quello imperiale di Carlo V d’Asburgo, lasciò sul campo migliaia di cada¬veri, molti dei quali “eccellenti”. Tra questi le spoglie di Ja¬cques de Chabannes, signore di Lapalice (o Lapalisse), gran maresciallo di Francia e guerreggiante servitore di ben tre sovrani, Carlo VIII, Luigi XII e, appunto, Francesco I.
Protagonista di decine e decine di battaglie, nel corso delle quali riportò ferite che per altri sarebbero state fatali, tanto che più volte venne dato per morto sul campo, a dispetto di tutta questa temibile fama in vita, malgrè lui passò alla storia, e alla memoria collettiva, come campione per antonomasia di ovvietà.
Disarcionato e catturato sul campo nebbioso e fangoso della Vernavola, sotto le mura di Pavia, Lapalisse fu conteso da due capitani, un italiano e uno spagnolo che non si misero d’accordo riguardo a chi spettasse il riscatto in denaro di tanto pregiato prigioniero. Il povero Chabannes fu così freddato da un’archibugiata dello spagnolo. Ancora di più che di quella misera fine, davvero ignominiosa per un cavaliere dalle mille battaglie, Lapalice, post mortem, fu vittima di un errore, di un accidentale errore di lingua, e non di spada. Come accadeva spesso, per piangerne la morte i suoi soldati intonarono un lamento funebre che diceva così: Hélas! La Palice est mort / Il est mort devant Pavie. /Helas! S’il n’etait mort /il feroit encore envie. Che tradotto significa: Ahimè! La Palice è morto / È morto davanti Pavia / Ahimè! Se non fosse morto / farebbe ancora invidia (nel senso che il suo valore e la sua forza sarebbero da ammirare tanto da mettere soggezione). Purtroppo però l’ultimo verso, per uno scambio di consonante e uno spezzamento di parola, diventò: Il seroit encore en vie, ovvero “sarebbe ancora in vita”. Che pasticcio! Un lamento in morte di temibile signore della guerra che scivola in una battuta dell’assurdo, in una barzelletta. Certo che se non fosse morto sarebbe ancora vivo! Che diamine! C’è bisogno di dirlo? È evidente. Un secolo dopo la maliziosa burla di un accademico di Francia, Bernard de la Monnoye, si divertirà a trasfigurare il valoroso maresciallo, di Francia in una macchietta per tutte le stagioni: de la Monnoye scrive e diffonde La canzone di Lapalice, un florilegio di banalità, del tipo “se non si lavava era sporco” o “se non dormiva era sveglio”. E poi, nella seconda metà dell’Ottocento, un noto romanziere e critico, famoso ancora oggi per aver dato nome a un prestigioso premio letterario francese, Edmond de Goncourt, metterà la ciliegina sulla beffarda torta coniando la parola che consegna il signor di Lapalice ai vocabolari e alla futura memoria: lapalissade, detto di cosa così ovvia da sembrare ridicola, da cui nasce, in italiano, l’aggettivo lapalissiano.







