VENEZIA - Molti patrizi veneti furono coinvolti in prima linea durante le guerre per lo Stato da Tera ma fra tutti ne spicca uno che si distinse all'assedio di Brescia del 1438, uno dei fatti più cruenti della guerra veneziana/viscontea: Francesco Barbaro.
Di lui possiamo ammirare una bella statua di Juste Le Bon sulla facciata di Santa Maria del Giglio a Venezia, che celebra spudoratamente i trionfi della famiglia Barbaro e quindi definita da John Ruskin "manifestazione di insolente ateismo".
Ebbene, Francesco fu il modello del perfetto gentiluomo veneziano, riunendo in sé grandi doti politiche, umanistiche e guerriere, come si vedrà a Brescia. Nasce nel 1390 ed ha la miglior educazione possibile, studiando latino e greco a Venezia e a Padova con i più famosi insegnanti del suo tempo. Giovanissimo, traduce Plutarco e Aristotele, è amico di Ludovico Trevisan che sarà Patriarca di Aquileia e poi cardinale camerlengo, di Lorenzo De' Medici il Vecchio, per cui scrive il trattatello "De re uxoria". Entra nel Senato della Repubblica e poi assume una serie di incarichi legati alla guerra contro Milano che culminano nel rettorato di Brescia come capitano, assieme al podestà Cristoforo Donà dal 1437 al '40, in pieno assedio di Niccolò Piccinino. I due lavorano d'amore e d'accordo: insieme, il Donà più mediatore e il Barbaro più deciso, metteranno fine alle contese tra guelfi e ghibellini, tra Avogadro e Martinengo, confiscando i beni a chi avesse osato ribellarsi.






