«Poche ore prima di invadere lo Stato Pontificio, correva l’anno 1860, il generale Enrico Cialdini, capintesta degli assedianti piemontesi, rivolgendosi ai suoi uomini, descriveva così i combattenti del Papa: “Soldati, vi conduco contro una masnada di briachi stranieri che sete d’oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattere, disperdere inesorabilmente...».

Gli faceva eco il generale Manfredo Fanti che definiva l’esercito pontificio «bande straniere senza patria e senza tetto». Ora, certa vulgata storica ostinatamente risorgimentalista, dei militari che difesero lo Stato della Chiesa ha fornito nel tempo una descrizione che da quella dipinta da Cialdini (che uno stinco di santo non era, vedi alla voce massacro di Pontelandolfo) non si discosta punto. E invece così, almeno del tutto, non fu.

Prova a dimostrarlo Alfio Caruso nel suo I Mille di Pio IX (Diarkos, 352 pagine, 19 euro), saggio in cui l’autore svela come nel turbolento decennio che vide l’Italia unificarsi sotto il tricolore, un esercito composito e determinato impugnò le armi per difendere Pio IX e il potere temporale della Chiesa. Che i papalini avessero torto o ragione, è un altro paio di maniche. Di sicuro, a difendere Roma non si acconciò un’armata Brancaleone di ubriaconi, di mercenari, né di semplici avventurieri. A rischiare, e in tanti casi a rimetterci la ghirba, per difendere il Patrimonium Petri furono principi, conti, duchi e baroni provenienti da tutta Europa, affiancati da soldati olandesi, tedeschi, irlandesi e tanti italiani, uniti dalla fede e dall’ostilità verso la nuova Italia, che consideravano ormai preda della massoneria e nemica della tradizione cattolica.