Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
25 GENNAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 7:00
Il 27 agosto 1939, a pochi giorni dall’invasione della Polonia, Papa Pio XII rivolse un appello equanime alla pace, invitando tutte le parti a evitare la guerra. Quell’intervento, animato da un’intenzione pacificatrice, fu tuttavia percepito da molti come una profonda ingiustizia morale: mettere sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito apparve una forma di neutralità che, nei fatti, favoriva il più forte.
Da allora la Chiesa cattolica ha interiorizzato una lezione decisiva: distinguere tra aggressore e vittima non è un dettaglio politico, ma un imperativo morale. È anche per questo che, nel conflitto russo-ucraino, la Santa Sede ha evitato l’equidistanza del 1939, riconoscendo subito — pur con la prudenza propria della diplomazia — la responsabilità primaria dell’aggressione. E tuttavia questa distinzione, da sola, non è bastata a generare una posizione unitaria tempestiva e incisiva. Gli angelus papali del marzo 2022 citano le sofferenze dei civili, mentre restano sullo sfondo i soldati, ucraini e russi, che forse più di altri avevano bisogno di una guida morale.







