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Ultimo aggiornamento: 17:34

Poche cose fanno rumore quanto il silenzio, lo spiega bene lo psicoanalista Egon Molinari nel suo libro Il silenzio in analisi. In questi giorni sia chi assegna al Papa un primato spirituale, sia chi ne riconosce laicamente l’autorità politica in qualità di capo di uno Stato, non può non aver avvertito il fragore di un debole dire in due momenti ravvicinati, quasi speculari nella loro gravità.

È stata pesante l’umiliazione inflitta al cardinale Pizzaballa, esiliato dal Santo Sepolcro nella Settimana pasquale. Pizzaballa, l’uomo che, mentre le divisioni avanzavano nella loro opera di distruzione, ebbe la forza di dire: “Io da qui non me ne vado”. Un hombre vertical, che ha incarnato alla lettera il Vangelo andando là dove si soffre, dove c’è morte, distruzione e dove la speranza si spegne sotto il fuoco dei fucili. Un sacerdote determinato a stare dentro la ferita invece di contemplarla da lontano. Come il precedente pontefice che, invalido, non faceva mancare la sua telefonata serale alla parrocchia di Gaza.

A seguito di questa estromissione, poi riparata in cauda con una corsa a salvare la faccia da parte del governo di Israele, cattolici e laici non hanno sentito proferire verbo dalle mura leonine. Quella stessa voce forse un po’ flebile che ha accompagnato la sistematica triturazione dei corpi inermi, il massacro dei bambini, le scuole sventrate, gli ospedali colpiti, in una guerra unilaterale scatenata da un presidente americano, alleato con un criminale di guerra ritenuto tale dalla Corte internazionale penale, che ha esteso al Libano il medesimo paradigma già imposto a Gaza. “Li stiamo massacrando”, affermava felice il primo, circondato da una sorta di delirio confessionale di pochi adepti, proprio mentre al porporato veniva sbarrata la porta del sepolcro.