Caro Aldo,
tra il 6 e il 9 agosto 1916, durante la Prima guerra mondiale, l’Italia ottenne una delle sue più importanti vittorie con la presa di Gorizia e del Monte Sabotino. Fu una svolta decisiva nel conflitto, costata un altissimo tributo di sangue. In un tempo incerto come il nostro, riscoprire il significato di momenti fondativi può rafforzare la consapevolezza del percorso compiuto. Eppure, la memoria di quei giorni sembra oggi svanita dal dibattito pubblico e dalle commemorazioni istituzionali. Ricordare non significa glorificare la guerra, bensì esercitare un atto di consapevolezza storica e civile — come avviene in altri Paesi, capaci di integrare nel presente le esperienze del passato.
Maria Luisa Suprani
Cara Maria Luisa,
Lei ha ragione: ricordare è sempre un dovere morale. Tanto più quando, anziché una sconfitta, possiamo ricordare una vittoria. La presa di Gorizia fu il più grande successo militare italiano della Grande Guerra, prima della resistenza sul Piave e sul Grappa. Norberto Bobbio, che non aveva ancora compiuto sette anni, mi raccontò che il suo primo ricordo pubblico erano i festeggiamenti nelle vie di Torino per la presa di Gorizia. Il generale Cadorna fu abile a rintuzzare l’offensiva austriaca sull’altopiano di Asiago, che se avesse sfondato avrebbe preso alle spalle il grosso delle nostre truppe schierate sull’Isonzo, e a organizzare in tempi brevi l’attacco al Sabotino, prendendo di sorpresa il nemico. Le truppe di Pietro Badoglio presero il Sabotino in trentotto minuti. Avevano dischi bianchi disegnati sulla schiena, per evitare di essere bersagliati come di consueto dal fuoco amico. «Sembrano le legioni romane» mormorò il re osservando la scalata dal binocolo. D’Annunzio poetò: «Fu come l’ala che non lascia impronte/ al primo grido avea già preso il monte». Si aprì così la via di Gorizia, in cui entrò per primo una sorta di Forrest Gump italiano, il sottotenente Aurelio Baruzzi, che prese la bandiera e si avviò di corsa verso la città ormai indifendibile, sperando che gli austriaci l’avessero già abbandonata. Per sua fortuna, l’avevano già abbandonata. Ricordare tuttavia è diverso da celebrare. C’è davvero poco da celebrare, di una guerra che sarebbe stato meglio non fare, condotta con totale disprezzo della vita dei soldati. Dopo la Seconda guerra mondiale, poi, Gorizia divenne una linea di confine. La «cortina di ferro che divideva i due blocchi, quello occidentale e quello comunista, passava per la sua stazione. Oggi per fortuna quel confine è diventato una linea di passaggio all’interno dell’Europa. Ma le tragedie, dalla persecuzione degli slavi a quella degli italiani, impongono sia la memoria, sia il rispetto. Gorizia è un prezioso tassello di un delicato mosaico. I goriziani non sono friulani e non sono triestini, hanno un dialetto tutto loro, diverso ancora dal bisiacco che si parla a Monfalcone. L’ultima volta che sono stato a visitare le grotte di Postumia, la guida mi ha raccontato che la sua famiglia ha cambiato quattro Stati, senza mai cambiare indirizzo. Il nonno nacque austriaco, il padre italiano, lui jugoslavo, il figlio sloveno. Ed europeo.






