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Ultimo aggiornamento: 7:50

Ribellarsi alla violenza praticata dagli uomini sulle donne è un modo per continuare anche la lotta contro mafie e mafiosi. Un modo necessario. Quante donne in Italia hanno pagato con la vita la violenza dei mafiosi? Quante hanno condotto una resistenza impressionante per contrastarla? Basterebbe evocare le storie di Franca Viola, che rifiutò il “matrimonio riparatore” dopo aver subito lo stupro da parte del boss che non poteva accettare il suo “no”, di Lea Garofalo, assassinata dall’ex marito aiutato dal branco ubbidiente, di Rita Atria, il cui corpo venne portato in spalla soltanto dalle “donne in nero” arrivate da Palermo per rendere onore ad una vita maledetta due volte dalla gogna mafiosa.

Eppure questa odiosa declinazione della violenza maschile ha goduto per molto tempo delle stesse “coperture” culturali di cui ha goduto la mafia in quanto tale: specchio fedele di un Paese che fa fatica a scegliere la dignità della persona come valore incomprimibile del proprio patto sociale. Ma in cambio di cosa? Di una supposta idea di “ordine” pubblico. Una idea aberrante che passa per la rassegnazione, dichiarata o implicita, alla violenza come unico possibile collante: una società tenuta insieme dalla “forza di intimidazione del vincolo associativo” che general omertà ed assoggettamento.