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Ultimo aggiornamento: 7:53
C’è una notizia di cronaca giudiziaria che merita una riflessione. Un imprenditore di Marsala è stato condannato in primo grado a dieci mesi e dieci giorni di reclusione (pena sospesa) per lesioni aggravate nei confronti della ex moglie. Sarebbe uno dei moltissimi casi di violenza sanzionati dalla giustizia, se non fosse che quest’uomo è il presidente di un’associazione per uomini maltrattati. Non “maltrattanti”, “maltrattati”.
Mi preme ricordare che esistono precedenti di violenza che coinvolgono rappresentanti di sedicenti associazioni ispirate alle tesi misogine e mascoliniste degli MRA – Men’s Rights Activist – che rivendicano l’esistenza di un pregiudizio contro gli uomini.
A quarant’anni dall’apertura dei primi centri antiviolenza, che hanno denunciato la portata di un fenomeno che non conosce confini, dobbiamo prendere atto che lo svelamento dell’indicibile violenza maschile contro le donne procede ancora controvento. Le attiviste perseverano in direzione “ostinata e contraria”, per citare Fabrizio De André. Continuiamo infatti a misurarci con progetti politici portatori di back lash sui diritti delle donne (ultimo il ddl Bongiorno, che ha cancellato il consenso dalla riforma dell’art. 609 bis) e con strategie comunicative volte a negare discriminazioni.







