Nel silenzio dei colli tra Palmoli e San Buono c’è una comunità che vive come se il resto del Paese non la riguardasse più. Non protestano, non predicano, non cercano adepti. Si radunano attorno a un fuoco, parlano sottovoce, coltivano orti, allevano animali e costruiscono case di terra cruda. Attorno alla famiglia Trevallion-Birmingham, finita al centro di un caso che ha spaccato l’opinione pubblica per la decisione dei giudici di sospendere la patria potestà sui tre figli, si è stretto un gruppo di cosiddetti “neorurali” - così loro stessi accettano di essere chiamati - che da anni prova a fare ciò che molti sognano e nessuno ammette: tagliare i ponti con modernità e consumismo, sostituendoli con un’altra vita, magari più dura, certo più lenta, forse più “assoluta”. Per loro più gratificante. Un mondo parallelo, minuscolo e ostinato, che ora si ritrova esposto come mai avrebbe voluto. E che cerca di resistere come può. E che ora mostra appoggio e solidarietà agli amici: «Devono poter vivere come vogliono. Devono ridar loro i bambini».

Dentro questo cerchio, poco meno di una trentina di nuclei familiari, equivalenti a una sessantina di persone dell’Abruzzo meridionale, uomini donne e bambini, ha sposato la causa di Nathan e Catherine Trevillion, che poi è anche la loro. Non guru o peggio svalvolati, ripetono, ma compagni di un progetto che non ammette scorciatoie: autosufficienza totale, energetica, agricola, educativa e perfino spirituale. Qui niente è semplice. Per vivere fuori dai circuiti della modernità bisogna diventare un’enciclopedia ambulante: permacultura, agricoltura biologica, giardinaggio, allevamento, apicoltura, raccolta di piante selvatiche, conservazione del cibo, gestione dell’acqua, edilizia naturale, manutenzione senza tecnici esterni. Non è nostalgia bucolica: è un mestiere spietato che ti costringe a sapere tutto, sempre, subito.