La trentesima Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici, la COP30, si è chiusa questo fine settimana a Belèm, nel Brasile amazzonico, con un sostanziale fallimento. Un esito facilmente prevedibile e non solo per l’assenza di tre grossi player mondiali come la Cina, l’India e, per la prima volta, gli Stati Uniti. E nemmeno per la mancata inclusione nel testo finale dell’accordo di una roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili, che era l’obiettivo che ci si era dati all’inizio dei lavori.

Il fallimento è, a ben vedere, più radicale, strutturale. Ed è un fallimento doppio: dell’ideologia climatista astratta che si è impossessata, per convinzione o per interesse, delle menti e dei cuori dei leader mondiali negli ultimi decenni, nonché di una vasta pletora di attivisti e antagonisti; e di quella governance mondiale anch’essa fortemente ideologizzata che si è fortificata nell’età della globalizzazione, con il proliferare di iniziative come questi happening, sempre più mastodontici e sempre più dispendiosi, sotto il cappello delle Nazioni Unite, ma non solo.

IL VERTICE SUL CLIMA PAGATO DAI SUOI NEMICI

L'episodio più ironico risale a un paio di giorni fa. All'AgriZone, fiera dedicata all'agricoltura so...