«La conferenza sul clima COP30, malgrado gli auspici del padrone di casa Lula, è risultata poco incisiva.
Non si sono infatti menzionati nel documento finale i combustibili fossili, principali responsabili del riscaldamento del pianeta, grazie al muro dei paesi produttori di gas, petrolio e carbone».
Così ina una nota Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club.
«Ha destato inoltre perplessità il basso profilo tenuto dalla Cina che, in assenza degli Usa, avrebbe potuto svolgere un ruolo trainante, vista la sua leadership sul fronte delle rinnovabili e della mobilità elettrica. I tempi non erano evidentemente ancora maturi, ma non c'è dubbio che fra alcuni anni vedremo Pechino guidare l'ecodiplomazia internazionale», afferma.
Pur riconoscendo i limiti dell'accordo, Kyoto Club sottolinea il valore del confronto internazionale: «Crescono i dubbi sull'efficacia di queste conferenze. Dubbi legittimi, ma non bisogna sottovalutare l'importanza delle discussioni sul futuro delle politiche climatiche da parte di 50.000 persone, tra delegati di 195 Paesi, ONG, imprese, organizzazioni internazionali, popoli indigeni e giornalisti».












