Le sfide nell’organizzare la Cop30 nel cuore dell’Amazzonia, a Belém, erano note da tempo: pochi posti letto per decine di migliaia di partecipanti attesi, spazi espositivi insufficienti, traffico congestionato già in tempi ordinari e un aeroporto poco collegato. Gli allarmi avevano fatto il giro del mondo, tanto che nei mesi scorsi diversi governi avevano scritto a Brasilia chiedendo di spostare l’evento in un’altra città del Paese. Eppure, il presidente Lula ha insistito fino all’ultimo: la Cop doveva restare qui, nel cuore dell’Amazzonia.
Ora che la Conferenza si è aperta, possiamo dire che la scelta si è rivelata azzeccata. Le infrastrutture stanno reggendo, e al di là degli accordi che i Ministri dell’ambiente riusciranno a siglare nei prossimi giorni, l’essere a Belém ha un valore intrinseco. L’Amazzonia è un perno del clima planetario. Inoltre, in questa città di frontiera si percepisce quotidianamente la forza degli elementi: le nostre “bombe d’acqua” estive impallidiscono di fronte ai rovesci improvvisi di questi giorni, mentre le maree risalgono il grande estuario con una potenza che ridefinisce continuamente i confini urbani — un assaggio di ciò con cui le aree urbane si dovranno confrontare in futuro con l’innalzamento del livello dei mari.












