BELÉM (Brasile) – Inizia la seconda settimana di Cop30 e le trattative tra le quasi 200 delegazioni nazionali presenti a Belém entrano nel vivo. A serrare i ranghi ha provveduto nel weekend Simon Stiell, segretario della Unfccc (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che organizza ogni anno le Cop): “Il tempo stringe. I ministri stanno già iniziando ad arrivare. È importante rendere il loro lavoro il più chiaro possibile, facendo progressi in ogni sessione”.

Nelle stesse ore la presidenza di Cop30, guidata da André Corrêa do Lago, ha presentato una sintesi dei punti più controversi e sui quali c’è ancora molto da lavorare per arrivare a un’intesa. Spicca tra gli altri la possibilità di “accelerare la transizione dai combustibili fossili”. Il tema, proprio perché divisivo, non è nell’agenda ufficiale, ma è tornato in molti interventi qui a Belém, a cominciare da quelli del presidente brasiliano Lula. E sono decine le nazioni che stanno spingendo per arrivare a una tabella di marcia su come e quando abbandonare petrolio, gas e carbone. La premessa è lo “storico” accordo raggiunto due anni fa a Dubai alla Cop28, dove quasi 200 Paesi si sono impegnati ad abbandonare i combustibili fossili entro il 2050. Accordo che finora non ha però avuto alcun seguito. Ora Paesi come Germania, Regno Unito, Danimarca e Kenya si sono uniti a sostegno di una proposta che, all’interno di Cop30, profili una roadmap per l’uscita dall’economia fossile. E c’è chi assicura che in questa partita il Brasile possa contare sulla sponda della Cina, già coprotagonista dell’intesa di Dubai, e grande importatore di combustibili fossili che però ha scommesso moltissimo sulla transizione energetica.