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Ultimo aggiornamento: 18:42

Il Brasile che ospita la Conferenza delle Parti sul Clima ha molti volti e davanti ha diverse sfide che conducono a scelte controverse. È la determinazione delle comunità locali, l’arrivo davanti a Belém della Flotilla degli indigeni dell’Amazzonia, è la Cúpula dos Povos, il vertice dei popoli alternativo alla Cop 30, è la grande manifestazione con 40mila persone che attraversano la città chiedendo giustizia. Ma non bastano gli annunci sul fondo per le foreste tropicali per fare di questa la Cop delle foreste. Il Brasile è il presidente, Luiz Inacio Lula da Silva, che se la prende con i negazionisti (“Controllano gli algoritmi, seminano odio, diffondono paura”), ma è anche la sua difficoltà a staccarsi dalla produzione dei combustibili fossili. Nonostante un mix energetico tra i più puliti al mondo, il Paese è nono produttore globale di greggio ed è questa la realtà con cui bisognerà fare i conti una volta spente le luci della Conferenza delle Parti sul clima. Chi può opporsi ai piani di investimento della compagnia statale Petrobas? Può farlo il capo tribù Raoni Metuktire, principale leader indigeno del Brasile, ma per Lula, presidente di un’economia emergente con quasi 60 milioni di abitanti in stato di povertà, è un’altra storia. “Dio è brasiliano!” dichiarò nel 2006, di fronte alla scoperta al largo della costa brasiliana dei bacini petroliferi di pre-sal. Il ‘tesoro’ era ad almeno 5mila metri di profondità, sotto uno spesso strato di sale formato nel corso di milioni di anni. Certo, accadeva nove anni prima dell’Accordo di Parigi. Ma quando Lula è risalito al potere, Petrobas era la società al mondo che distribuiva più dividendi ai propri azionisti.