Treviso

Caro lettore, quello della "patrimoniale" è una sorta di tormentone che periodicamente anima il nostro dibattito politico. In settori della sinistra continua infatti ad essere diffusa e radicata la convinzione (sbagliata) che un'imposta patrimoniale sia non solo uno strumento di equità e giustizia sociale (per semplificare: togliere ai ricchi per dare ai poveri), ma anche una leva fiscale utile ed efficace per sistemare i conti statali e in particolare ridurre il debito pubblico. Purtroppo non sono vere né le une né le altre cose. Come peraltro sanno quasi sempre anche gli stessi fautori della "patrimoniale".

Un'imposta sulla ricchezza non è equa perché, innanzitutto, tassa due volte un patrimonio: la prima per averlo guadagnato, la seconda per averlo posseduto. Non è equa, inoltre, perché, se applicata, finisce per colpire soprattutto solo una parte dei patrimoni, quelli immobiliari, che sono facilmente individuabili, al contrario invece di quelli mobiliari, cioè azioni, obbligazioni e depositi di vario tipo, che, grazie all'ampia libertà di circolazione dei capitali oggi esistente, sono più difficilmente aggredibili dal fisco. A meno che non si voglia replicare una manovra dalle caratteristiche simili a quella assai celebre del governo Amato che, nella notte del 9 luglio 1992, decise di tassare con un prelievo forzoso e straordinario tutti i depositi bancari degli italiani. Ma anche un intervento di questo tipo oggi non sarebbe così facile da realizzare.