Non è (ancora) la temuta débâcle diplomatica, ma di certo l'Ue non manda un segnale di unità politica sugli obiettivi climatici alla vigilia dell'inizio, domani, della Cop30 di Belém, in Brasile. Il “Green Deal” è sbiadito se non proprio azzoppato e, dieci anni dopo gli Accordi di Parigi, alla conferenza Onu sul clima l'Ue rischiando di mettere in luce tutte le sue spaccature interne.
A tarda sera, dopo quasi 12 ore di trattative a oltranza interrotte da numerose pause per facilitare capannelli e compromessi in formati ristretti, i ministri dell’Ambiente riuniti in via straordinaria a Bruxelles non avevano ancora trovato la quadra per dare luce verde al nuovo target di riduzione della CO2 pari a -90% entro il 2040. In bilico non è l’iscrizione dell’obiettivo nero su bianco in un provvedimento normativo: la cifra - una tappa intermedia (rispetto ai valori del 1990) tra il taglio del 55% al 2030 e le emissioni nette zero al 2050 - non è in discussione. Lo scontro in piena regola tra i governi riguarda le condizioni e le cautele con cui arrivare all’obiettivo. In particolare, la possibilità di frenare e chiedere una revisione del target ogni due anni, e un aumento della porzione di interventi favorevoli all’ambiente da realizzare fuori dall’Ue ma da calcolare per il raggiungimento del 90%, concessioni presenti nell’ultima bozza di compromesso.












