Si svolgerà un po’ sottotono il vertice Onu sul clima, che si aprirà lunedì a Belém. Lo conferma la sessantina di Capi di Stato e di Governo presenti, meno della metà dei 150 convenuti a Dubai due anni fa. E non perché il riscaldamento climatico sia sparito o in ritirata o perché abbia vinto il negazionismo dell’America di Trump.

Più semplicemente perché un’emergenza ne schiaccia un’altra e oggi sul fronte c’è solo l’imbarazzo della scelta. Tanto che, nell’ordine delle priorità planetarie, persino il suo gran sacerdote, Bill Gates, alla vigilia della COP30 brasiliana, ha retrocesso il clima al terzo posto, dietro salute e povertà. Tanto che, schiacciata dalla molteplicità delle sfide esistenziali che deve affrontare - troppe e tutte insieme - la stessa Europa, senza sconfessare il tradizionale ruolo di avanguardia e leader della crociata climatica mondiale, questa volta andrà al vertice vestita di realismo. Non per amore ma per cruda necessità.

Un quinquennio di ubriacatura verde, il Green Deal concepito e attuato a colpi di editti normativi invece che di preliminari studi di impatto sulla sostenibilità dei costi nel mondo reale di imprese e famiglie ha ottenuto il risultato paradossale di erodere la competitività dell’industria europea aprendo al grande exploit della Cina che ne bruciava interi settori, auto in primis, tra montagne di sussidi pubblici, concorrenza sleale, corsa all’innovazione tecnologica e enormi surplus produttivi.