Il caso Venezi alla Fenice ha rivelato, più di ogni inchiesta ministeriale, lo stato confusionale in cui versa il dibattito culturale italiano. Sui social si leggono anatemi, insulti, editoriali improvvisati da gente che, a giudicare dai toni, confonde un direttore d’orchestra con un capotreno. C’è chi invoca “il voto degli orchestrali”, chi parla di “democrazia artistica”, chi si proclama esperto di statuti dopo aver letto tre post su Facebook. Benvenuti al Festival dell’Ignoranza Lirico-Sinfonica, dove la competenza è l’ospite d’onore... che nessuno ha invitato. Intanto il Teatro non è un condominio. Per chi ancora crede che l’orchestra possa votare il suo direttore musicale: no, non funziona così. Le Fondazioni lirico-sinfoniche italiane sono strutture con uno Statuto preciso e gerarchie chiarissime: è il Consiglio di Amministrazione che nomina il Sovrintendente, il quale a sua volta sceglie il Direttore Musicale. Fine.

Nessun referendum, nessun ballottaggio, nessun televoto. Gli orchestrali possono certo esprimere un parere, magari davanti a un caffè, ma non hanno alcun potere di nomina né di revoca. E confondere la prassi (cioè la cortesia di consultarsi) con la legge è come scambiare un bis per un contratto discografico: non funziona così da nessuna parte, nemmeno a Bayreuth.